Lo sguardo

Lo sguardo che riconcilia

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Nella Sala Maggiore del Palazzo Comunale di Pistoia ho assistito a una delle più intense interpretazioni dei versi di Dante Alighieri. Le parole non sono state declamate, bensì vissute corporalmente dall’attrice, rese ardenti e vibranti, ineluttabilmente vive.

Attenzione, non stiamo descrivendo l’effetto creato da una consumata artista che vuole strappare un ennesimo elogio. Dovete piuttosto immaginare una sensazione in grado di farvi provare esattamente quanto i versi narrano, di stabilire un’autentica empatia con le vicende dei personaggi della Commedia ma contemporaneamente di poter percepire chiaramente che quell’esperienza è anche vostra, pulsa sotto la pelle e turba il cuore.

“Il teatro è il luogo dell’esperienza” afferma infatti Lucilla Giagnoni.

In un’epoca di effetti speciali e di alta definizione, l’attrice Lucilla Giagnoni, senza i confortevoli apparati scenici, ha toccato intimamente il pubblico, equipaggiata unicamente della sua voce, della sua gestualità e di un commento sonoro del marito Paolo. Dimostrando in questo modo quanto sia ancora essenziale il ruolo dei contenuti in un mondo di affascinanti e ipertrofici contenitori.

Lucilla Giagnoni è un’attrice, per quanto sia limitativo rinchiuderla in questa definizione. Ha frequentato la Bottega di Vittorio Gassman a Firenze a 19 anni, in seguito il suo nome è legato al fertile Teatro Settimo, la compagnia torinese di Gabriele Vacis. Lucilla ha percorso molti sentieri, incontrando musicisti – Nicola Campogrande – registi – Giuseppe Bertolucci – cantanti della levatura di Antonella Ruggiero e anche dj come Alessio Bertallot. Lavora instancabilmente su più fronti, oltre ad essere autrice di trasmissioni radiofoniche, si è battuta per risollevare le sorti del teatro di Novara, Il Teatro Faraggiana, oggi centro culturale di teatro, musica, danza, cinema, luogo di integrazione. Lucilla parla lingue moderne e antiche, per i suoi spettacoli si è immersa nello studio dell’ebraico e del sanscrito. 

La sua Trilogia della Spiritualità (Vergine Madre, Big Bang e Apocalisse) tocca vertici altissimi, a tutt’oggi lavora alla Trilogia dell’Umanità.

La performance a cui ho assistito è un estratto da un suo lavoro, Vergine Madre, presentata come chiusura del convegno La Bibbia e le donne – le donne e la Bibbia: una nuova frontiera, organizzato dall’associazione laica Biblia. (Pistoia, 29 settembre- 1 ottobre 2017).

Vergine Madre è uno spettacolo introspettivo e potente dove le figure femminili della Divina Commedia emergono dai versi per farci da specchio. 

Questo è uno degli intenti principali della Trilogia della Spiritualità, ovvero prendere testi sacri e teatrali, novelle, aneddoti, nozioni scientifiche e scampoli autobiografici per riproporre al pubblico un percorso di conoscenza di sé. 

Un percorso a cui l’attrice invita a partecipare con contagioso entusiasmo.

E su quest’ultima parola non mancherebbe di svelarci l’etimologia ma ...

 

Vedere, ammirare, amare

In un articolo il cui obiettivo è esaminare i cinque sensi è bene non perdere di vista il tema! La vista è appunto il primo senso su cui indaghiamo. 

Lo faremo, evidentemente, a partire dallo spettacolo di Lucilla Giagnoni, in particolare sul momento che precede la fine, dove la terza e ultima cantica del Paradiso sembra rimandare continuamente a questo atto:

-  per ben 19 volte Dante vede o fa mirar qualcosa a noi lettori, 

-  la parola occhi ritorna frequentemente e la stessa Lucilla non manca di sottolineare quanto il poeta, il sommo poeta che fin qui ha usato le parole per raccontare il suo viaggio, ebbene proprio lui non sappia quali termini spremere dal suo immenso talento per renderci partecipi di questo incontro sublime. 

Di quale incontro si tratta? 

Anzi di quale visione?

Ricapitoliamo: l’ultima figura femminile della Divina Commedia è la Vergine Madre, nelle parole di Lucilla è “la figura che riscatta tutte le donne, tutta l’umanità. Una figura che riesce, proprio perché è donna, a trovare una soluzione possibile, a conciliare tutti gli opposti, tenere insieme tutti i contrari”.

L’attrice ci guida per mano, vuole mostrarci che questa figura silenziosa in realtà parla attraverso il suo sguardo, sì perché ella si pone come intermediario per consentirci di vedere Dio, la cui luce diretta ci ferirebbe per intensità. In un gioco di specchi Dante vede una moltitudine di immagini al cospetto della Vergine, fino a vedere il proprio volto!

“per che ‘l mio viso in lei tutto era messo” (Canto 33, verso 132)


L’atto del vedere si sostituisce quasi alla parola, il verbo si scioglie nello sguardo per adottare un’attitudine totalmente femminile, quella di accogliere.

Mentre la scrittura ha il compito di distinguere gli oggetti, le persone, gli eventi, così da distribuire in uno spazio e in un tempo narrativo quanto creato dall’autore, la visione sembra invece portarci ad abbracciare le pagine del libro,la penna che ha vergato i versi, lo scrittore, la casa e la città in cui il libro vede la luce.


Consideriamo anche un altro testo la cui eco risuona nella Commedia: la Bibbia.

Nel Genesi, subito dopo la creazione del cielo e della terra, 

“Dio disse: <<Sia la luce! >>. E la luce fu. 

Dio vide che la luce era cosa buona”.

E Dio vide che era cosa buona ricorre come frase in seguito in alcuni passaggi della creazione. 

Una sorta di respiro in cui a una fase di creazione segue una breve contemplazione, uno sguardo che avvolge il creato, quasi una carezza. È davvero singolare che il primo atto di creazione avvenga nel buio e che subito dopo ci sia una luce per vedere!

Esattamente come una madre: dopo aver gestito nel buio del suo ventre la sua creatura, la contempla non appena viene alla luce.

Anche il pubblico di Vergine Madre viene alla luce, quando adotta lo sguardo del poeta e stempera le molteplici visioni fino a trovare il proprio volto.

Perché, non dimentichiamolo, questo viaggio aveva un fine: conoscersi!

Solo che là dove termina la Divina Commedia, là dove Lucilla si congeda da noi con 

“l’Amor che muove il sole e l’altre stelle.”, sì, ecco, proprio là comincia la nostra avventura, il nostro viaggio.
 

Il fine di conoscersi, di vedere il proprio volto, non è il termine di un viaggio, anzi è esattamente il principio.

Un principio che si rinnova continuamente, come d’altronde deve rinnovarsi il nostro sguardo sul mondo e i suoi abitanti.

Gli occhi di chi desidera conoscere se stesso si sono posati sugli innumerevoli inferni creati da noi e dai nostri simili, nondimeno questo trascorso buio deve poter generare una nuova visione: le scaglie del disappunto possono cadere dai nostri occhi.

Un paesaggio di soluzioni probabilmente si stenderà davanti a noi, non tanto come proiezione di ‘un mondo migliore’ quanto come realistico e concreto sostegno di un’esistenza che non necessita più di contrapposizioni.

Chiuse le palpebre sul logoro gioco di sguardi di sfida, tesi all’autoaffermazione, noi che consumiamo dosi incredibili di immagini, diventeremo sobri pure in questa pratica che fagocita il mondo invece di guarirlo.

 

Lo sguardo che riconcilia può così smettere di essere il titolo di un articolo letto velocemente e divenire una risorsa a cui attingere.

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