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Viaggio al termine delle contrapposizioni

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Cromaticamente morali

Sul piano pratico è indispensabile distinguere tra bianco e nero. Questo articolo, scritto con caratteri neri su un fondo bianco, risulta chiaramente leggibile. Anche invertendo i colori non ci sarebbero problemi nel leggere il testo. Improponibile sarebbe un articolo scritto con caratteri bianchi su foglio bianco. 

Fino a qui siamo tutti d’accordo. 

Proseguendo sul piano fisico, se abbiamo troppo caldo aneliamo a un luogo fresco, cercando rifugio da un sole accecante per trovare sollievo all’ombra, magari dove soffia un vento leggero.

Anche la situazione opposta, basata su esperienze condivise, ci trova nuovamente uniti nel preferire una confortevole baita con il camino acceso, mentre fuori infuria una tempesta di neve!

Sul piano dei sentimenti e sul piano morale la faccenda si complica. In generale si può gioire di un aspetto ma non del suo contrario: la Vita e la Morte per esempio. La nascita di un bambino viene celebrata con gioia e felicità, mentre il decesso di una persona cara è accompagnato da lacrime e disperazione. 

Questo codice comportamentale è radicato nella maggior parte delle culture.
 

Se ci improvvisiamo speleologi della natura umana e analizziamo qualche frammento staccato dai più profondi sedimenti del nostro passato, possiamo giungere a qualche superficiale intuizione.

Immaginiamo la classica rappresentazione di un essere umano in balìa degli elementi della natura, confrontato con la cruda sopravvivenza quotidiana. L’esistenza sembra permeata da una tensione tra due polarità ben distinte: da un lato il giorno, adatto a pianificare e ad agire, costruire utensili, cacciare, coltivare, esplorare; dall’altro la notte con le sue luci lontane nel cielo scuro, bagliori di occhi feroci immersi in una selva imperscrutabile, poi il riposo e il sogno.

 

In queste notti lunghe probabilmente emergono i racconti, i miti della creazione, per rispondere e rispondersi alle domande fondamentali. Molti miti fanno affiorare la vita dall’oscurità, dal caos o dall’acqua.

Sempre seguendo queste intuizioni superficiali, estremamente semplificate – siamo speleologi principianti! -  possiamo trovare logico uno sviluppo organico, una sorta di organizzazione del racconto e del piccolo nucleo tribale che si confronta con la necessità di imbrigliare alcuni aspetti nocivi alla comunità. 

Ad esempio: uccidere un membro della propria comunità non è un’ottima idea, se proprio si deve, beh per favore si cerchi la vittima nella tribù della valle accanto!

 

Mettiamo che queste regole molto grezze traccino dei solchi, dei comportamenti individuali e sociali, fino a consolidarsi in ben delineate attitudini morali. Le radici profonde di queste tendenze non vengono minimamente messe in discussione, e sappiamo bene quanto anche il cervello scelga più frequentemente la strategia neuronale attraverso cui risparmiare energia, lasciando così invariate le credenze e le convinzioni. Una credenza forte e robusta è quella secondo cui leggiamo la realtà attraverso le polarità Bene/Male. Il Bene è sicuramente bianco, luminoso e visibile come il giorno, foriero di nutrimento e certezze, giusto, salvifico, positivo. Il Male è il più delle volte nero, nell’oscurità albergano l’incertezza e l’inconoscibile, la morte, la putrefazione. 

 

Per molti individui non ci sono dubbi cromatici: il bianco è il Bene, il nero è il Male. 

Ed è vero, stando alle parole di Robert Wyatt, così è davvero tutto più facile. 

Il rassicurante camice bianco dei dottori e l’ennesimo cattivo di nero vestito dell’ultima saga di supereroi sono facilmente collocabili negli appositi contenitori morali. Come è bello avere lo scaffale dei valori tutto in ordine!

 

Disturbatori della pubblica percezione

Se torniamo nelle caverne della storia dell’umanità, staccando altri frammenti leggermente più nascosti, troviamo dei filoni estremamente utili per allargare la nostra visione schematica e confortevole.

Uno di questi filoni ci suggerisce un approccio integrativo e dinamico delle due polarità prese in esame.

Il noto simbolo con cui viene solitamente raffigurato il Tao illustra una relazione tra le due parti, laddove il decrescere del bianco permette il sorgere del nero. Contemporaneamente troviamo un seme o un principio di bianco nell’area nera e viceversa. In un altro momento storico, grazie a ricerche diramatesi dal medesimo filone, si parla di congiunzione degli opposti (coniunctio oppositorum). 

In ogni fase della storia dell’umanità affiorano persone e popoli che incarnano questa visione parallela.

 

Essi disturbano la pubblica percezione, osando affermare che le due forze lavorano assieme, collaborando.

Probabilmente questi individui hanno spinto il loro sguardo un po’ più in là, studiando il Libro della Natura, da cui hanno evinto quanto sia fondamentale la collaborazione e l’intreccio di due polarità per far muovere il mondo, per irrorare di vita la natura stessa e tutte le creature, compreso l’essere umano.

Alcuni esempi possono aprire degli spiragli nell’analisi del tema: una delle funzioni della neve, quando d’inverno stende il suo manto sui prati, è proteggere la flora. Sotto quel manto freddo … c’è un bel tepore!

È noto altresì che le popolazioni Tuareg bevono bevande calde, come il celebre tè alla menta, per meglio sopportare il caldo! Simili aneddoti tuttavia non vogliono avvallare una tesi da contrapporre alla visione dualistica della realtà.

Rischieremmo soltanto di creare una ulteriore fazione per cui schierarsi pro o contro.

 

Il punto che non dobbiamo perdere di vista è il nucleo da cui trae forza il simbolo del Tao, così come il principio della congiunzione degli opposti. Essi ci portano a considerare la possibilità di utilizzare a nostro favore le due polarità, comprendendo quanto sia dinamico il rapporto. 

Teoricamente lo possiamo accettare, molto più arduo è viverlo, integrarlo nella vita.

Se per ipotesi subiamo un torto molto grave, noi chiediamo alla Giustizia di riparare questo torto.

 

Quando chiediamo giustizia attingiamo a una visione dualistica della realtà, non considerando tutta una serie di fattori che hanno generato una determinata situazione (il karma!). 

Ciò avviene perché ci schieriamo, credendo di essere nel giusto. Ma giusto rispetto a cosa?

Mettiamo, per ipotesi, di non schierarci. Immaginiamo di poter osservare le circostanze attraverso le quali noi abbiamo subito il torto. Viste dall’esterno ci si presentano le trame di un racconto tessuto da fili neri e bianchi. Facendo uno sforzo ulteriore arriviamo a comprendere quanto il piccolo racconto che concerne la nostra limitata esistenza sia in effetti aggrovigliato con mille altre narrazioni, estese in luoghi e tempi dove altre trame si allacciano. Ora siamo probabilmente più confusi di prima rispetto all’interpretazione del senso della vita all’interno del quale vorremmo collocare i concetti di giusto e sbagliato, o di bene e di male. Dove inizia un torto? Come distinguere cosa è giusto e cosa non lo è quando i fili bianchi e quelli neri sono così strettamente avvinti? 

 

Termine del viaggio?

La buona lettrice e il buon lettore che si auguravano di trovare una soluzione al termine di questo viaggio resteranno delusi. Offrire una ricetta comportamentale inibirebbe la ricerca personale. 

La nostra indagine deve poter valutare nella vita quotidiana dove si collocano le radici del tema qui trattato. Se l’approccio speleologico ha trovato anche solo una risonanza in noi, l’invito è di andare a esplorare le grotte, alla profondità che ci consente la nostra curiosità oppure la nostra insoddisfazione rispetto alla modalità e al pensiero dualistico.

Riemergendo dalle profondità potremmo condividere la citazione di Robert Wyatt o donare al mondo una nuova prospettiva.

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