Occhio

Riferimenti Femminili

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Inizia qui una serie di articoli, che continuerà nei prossimi mesi, in cui descriveremo alcune figure femminili di rilievo per quanto concerne la trattazione della filosofia gnostica. Ci sembra che il momento storico che stiamo attraversando sia particolarmente appropriato per una simile disamina, vista l'urgente necessità di rafforzare le qualità femminili come valori intrinseci dell'essere umano, uomo o donna che sia. Quest'ultima sarà posta nella luce che le spetta e i suoi contributi potranno di conseguenza essere giustamente apprezzati. Un processo simile si sta diffondendo anche nei social network, così come in ambito culturale, politico e molti altri ancora.

Parleremo sia di figure mitologiche che di donne in carne e ossa e questi esempi serviranno ad illustrare dettagliatamente il corso dell'evoluzione umana e delle coscienze. Ciononostante, non è nostro scopo quello di redigere una specie di catalogo di figure eminenti, quanto piuttosto quello di sondare i veri significati che si trovano oltre la semplice informazione, che è disponibile anche altrove. In questo modo tenteremo di conoscere meglio l'essenza femminile e di riconoscerne l'aspetto duale nei confronti dell'essenza maschile (i due aspetti sono indissolubilmente appaiati a nostro modo di vedere) il quale a sua volta dovrà inevitabilmente partecipare allo sviluppo di una vita piena e vera.

Iniziamo dunque da Pistis Sophia, il personaggio femminile le cui vicende sono narrate nel Vangelo che porta il suo stesso nome. Si tratta di un Vangelo gnostico apocrifo dei primi secoli dopo Cristo. Per prima cosa descriveremo il personaggio, il contesto in cui si svolge la sua vicenda, e alcuni elementi simbolici e relativi significati; in un successivo articolo approfondiremo il discorso esaminando il suo percorso iniziatico vero e proprio.

Speriamo che il linguaggio che useremo per descrivere il suo viaggio non risulti al lettore troppo freddo o drammatico, dal momento che il percorso di Pistis Sophia è un percorso di esperienze oscure e dolorose, una sorta di discesa agli inferi. A causa del nostro passato ancestrale, il parlare di simili esperienze, il riportare alla luce simili simbologie, è di solito percepito con una certa diffidenza. Inoltre, le vicende descritte nel Vangelo di Pistis Sophia sono state reinterpretate numerose volte sulla base del giudizio religioso naturale, quindi con un'attenzione quasi morbosa all'analisi dei suoi peccati, della sua morale, dei suoi errori e delle sue colpe. Non vi è dubbio sul fatto che il personaggio di Pistis Sophia abbia una connotazione negativa e anche oscura, se non altro per il fatto di compiere un atto che, secondo una certa interpretazione che potremmo definire “primitiva”, nessun essere umano dovrebbe fare mai: calarsi nelle tenebre. Quello che piuttosto vorremmo sottolineare è che Pistis Sophia agisce in risposta a un impulso interiore di ricerca della Luce, dove con “Luce” intendiamo una conoscenza viva e creativa.

Il suo è quindi un atto valoroso, un esempio di coraggiosa virtù, e noi vorremmo avvicinarci alla sua figura da questo angolo; il suo personaggio è quindi di natura mitica, un simbolo che racchiude in sé tanto la descrizione del percorso iniziatico quanto quella delle trasformazioni a cui va incontro l'anima che lo percorre, e ciò è qualcosa che va ben oltre a un semplicistico appello ad una moralità più elevata.
La storia di Pistis Sophia, alla stregua di ogni storia mitica e mitologica in senso classico, descrive e spiega il viaggio interiore dell'anima umana e rende pertanto possibile la lettura su numerosi livelli differenti. Innanzitutto è possibile una certa identificazione; si può infatti riscontrare una profonda similitudine tra alcuni dei fatti narrati, nonché degli stessi pensieri, emozioni, idee della protagonista con altrettante esperienze vissute o accadute nel proprio mondo interiore. In tal senso possiamo parlare di Pistis Sophia come di una figura archetipica, così come lo sono le esperienze a cui va incontro, il che vuol dire che comprendendone il significato profondo possiamo comprendere allo stesso tempo qual è il vero senso della nostra stessa vita.

È affascinante vedere come gli esseri umani, nel tentativo di spiegare il mistero della vita, abbiano nel corso della storia continuamente aggiunto nuovi elementi alla loro comprensione per mezzo del potere del pensiero. Di conseguenza, è fondamentale per noi cercare di porci nel contesto temporale in cui il Vangelo di Pistis Sophia è stato scritto, da un lato perché non lo consideriamo un testo sacro in senso religioso naturale, il che è praticamente sinonimo di “intoccabile”, dall'altro perché non lo riteniamo affatto obsoleto.

La Pistis Sophia è apparsa per la prima volta tra il II e III secolo dopo Cristo. Si può dire che apparve in risposta ad un'esigenza culturale di affermazione del primato del Dio Unico. Questa ricerca di unità paradossalmente si sviluppava a fianco di una tendenza di estremizzazione sempre maggiore da parte delle varie frange religiose estremiste, ognuna delle quali propugnava la propria idea di separazione tra bene e male. La coscienza umana si trovò ad affrontare una grande sfida: quella di far maturare una sintesi dall'attrito sempre più feroce tra gli opposti. Similmente, ma su un altro livello, l'approccio alla conoscenza, che fino ad allora si era svolto nell'ambito della mitologia come chiave di interpretazione dei misteri, iniziava ora a confrontarsi con una nuova esigenza interpretativa, quella del pensiero razionale. Cercare di rendere il senso delle parole tramite l'utilizzo di immagini pensiero divenne il mezzo principale per presentare l'insegnamento dei misteri. Questa particolare miscela di pensieri e credenze così ben rappresentata dal viaggio di Pistis Sophia è uno specchio perfetto del passaggio epocale che avvenne in quei secoli in cui il fiume della filosofia greca sfociò nel grande mare dello Gnosticismo.

Nonostante la sua figura sia menzionata in altri testi appartenenti alla stessa epoca, e definiti a ragione o torto come “gnostici”, la discesa agli inferi descritta nel Vangelo che porta il suo nome non ha le stesse caratteristiche negative e mentalmente opprimenti che ha in altri testi. La voce dell'autore che presenta questa figura femminile come simbolo dell'anima umana parla con un tono di profonda empatia e benevolenza. Il suo stesso nome vuole rimarcare la sua discendenza diretta dalla Madre Sophia, la Saggezza Universale che era considerata la consorte di Dio presso alcuni movimenti gnostici del tempo.

Il cammino discendente di Sophia – con questo solo nome è menzionata per la maggior parte del testo – è presente in ogni tradizione spirituale che ritenga l'immersione negli abissi interiori come necessità prima e imprescindibile di ogni reale cambiamento nell'essere umano. Questa discesa è a volte rappresentata come una “morte apparente”, transito necessario per un'eventuale rinascita: un seme è piantato nell'oscurità del suolo affinché emerga un giorno una pianta, un albero che rivolga le sue braccia al sole. Simboleggiato in altri miti o racconti come un periodo da trascorrere in una grotta, in un sepolcro, nelle viscere di una balena, etc... questo sprofondare nel buio è il marchio che contraddistingue ogni cammino che si possa definire iniziatico. È infatti in quei luoghi oscuri che prende forma la trasformazione fondamentale che va sotto il nome di “resurrezione”.

Per i Rosacroce, questo transito avviene nel corso della vita quotidiana. Crediamo fermamente che affrontiamo le stesse sfide di cui parlano gli scritti gnostici del passato quando la vita ci porta ad attraversare periodi tetri e senza sbocco apparente, in cui perdiamo il supporto di ogni certezza precedentemente conosciuta e tutto ciò che chiamiamo sicurezza, stabilità, comfort... Questi periodi di crisi ci portano a fare l'esperienza del “sepolcro” e questa fa sì che osservando sempre più da vicino i nostri pensieri e le nostre emozioni riusciamo infine a lasciare che la trasformazione fondamentale abbia luogo. Se accettiamo queste crisi come prove iniziatiche, le difficoltà che ci vengono incontro non faranno altro che divenire strumenti per scrutare nei nostri oscuri meandri interiori e sondarne le profondità. Solo tramite un certo numero di esperienze di questo tipo l'individuo è reso atto ad entrare in uno stato di coscienza differente.

La storia di Pistis Sophia è dunque una metafora del rivelarsi alla coscienza dei mondi interiori, con tutti gli aspetti oscuri e le insondabili profondità che essi racchiudono. Tale è l'essere umano, tale è il mondo dell'anima. I personaggi che ci vengono mostrati non fanno altro che farci comprendere quali sono le forze dinamiche, le tendenze, gli impulsi, le lotte con cui ogni individuo deve fare i conti in maniera del tutto soggettiva. Ecco perché Pistis Sophia è veramente la personificazione dell'aspetto femminile di ogni essere umano, uomo o donna che sia, ecco cosa gli Gnostici intendono con il termine “anima siderale”.

Un tale viaggio epico nelle profondità interiori è dunque il prerequisito per un cammino di elevazione. Altre figure femminili prima di Sophia lo hanno intrapreso: la Dea Inanna (dalla mitologia Sumera), la Dea Ishtar (in Mesopotamia), la Dea Osiris (in Egitto), Psyche (la rappresentazione dell'anima umana nel mito greco di Eros e Psiche), e molte altre. Ognuna di esse rappresenta la necessità di trasformazione presente in ogni essere umano. Giunti a questo punto non possiamo non menzionare Gesù Cristo. È lui infatti che nel Vangelo di Pistis Sophia personifica il primo essere umano ad affrontare coscientemente il viaggio nei mondi inferiori. È lui che traccia il tragitto che ha origine nella Sfera degli Dei per ridiscendere nella sfera degli esseri umani in un secondo tempo. Nel prossimo articolo, parleremo più approfonditamente di questo viaggio.

 

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